Aylan e quella traversata da Bodrum pochi chilometri diventati una trappola

Publicado el 03/09/2015

Il bambino con la maglietta rossa morto assieme al fratellino e alla mamma

Il bambino con la faccia nella sabbia si chiamava Aylan. Tre anni. Pantaloncini al ginocchio, una maglietta rossa, le braccia stese dalla risacca. Ieri mattina la corrente lo ha spinto indietro, fino alla spiaggia di Bodrum, Turchia, la stessa spiaggia da cui era partito poche ore prima. 

Era un giorno nuvoloso. C’erano pochi turisti in quel tratto di mare. È stato un ragazzo che si allenava, il primo a vederlo. Aylan era solo, ma la guardia costiera aveva già rintracciato suo fratello Galip di 5 anni, la madre Rihan e il padre Abdullah Kurdi, l’unico sopravissuto della famiglia. Non conosciamo ancora la dinamica del naufragio. Ma sappiamo bene perché erano lì. Sappiamo perché Aylan è morto. 

Era partito dalla Siria, un Paese che non esiste più. Te lo dicono tutti. «Scuola, librerie, ospedali, acqua, cibo. Non c’è più nulla». Molti te lo dicono con rabbia e rimpianto: «Noi vorremmo stare in Siria, è il posto che amiamo, ma non si può». 

Bisogna partire. Lo fanno i ricchi e i poveri. Quelli che affollano i campi di accoglienza in Libano e in Giordania. Quelli che cercano di raggiungere il Nord Europa. Parte la classe media. Partono medici, ammalati, studenti, piloti d’aereo, professori universitari, uomini anziani con il bastone, signore in sedie a rotelle, gatti nelle gabbiette, genitori, figli e neonati. Non è facile scappare da un Paese in guerra, dove cadono bombe dal cielo recapitate a casaccio dal presidente Bashar al Assad. Dove i terroristi dell’Isis combattono contro i ribelli, dove i curdi combattono contro i terroristi, dove tutti sparano contro tutti e i fornai vengono uccisi mentre vanno al lavoro.  

La Turchia è la prima tappa del viaggio, la seconda è la Grecia. Il biglietto del bambino con la maglietta rossa era il più economico. Possiamo dirlo con certezza. Perché da mesi, ormai, lungo le coste turche si sono moltiplicati i venditori di giubbotti di salvataggio. Mettono i loro banchetti fra la strada e la spiaggia. Vendono canotti da bambini, piccoli gommoni. Ma soprattutto giubbotti. Per loro. Per i profughi. Ti fanno persino la ricevuta. Ti indicano il passaggio più agevole. 

La maggior parte dei siriani non ha mai visto il mare. Non sanno nuotare. Temono l’acqua. Anche per questo motivo hanno scelto la rotta che dalla Grecia risale i Balcani, verso la Serbia e l’Ungheria. Per evitare il Mar Mediterraneo. Dalle coste turche, quelli che vivono di questo nuovo indotto criminale, ti assicurano che è facile. Possono bastare un motore fuoribordo 20 cavalli, tre ore di navigazione per l’isola di Kos. Non serve lo scafista. La terra si vede ad occhio nudo. C’è chi è partito persino su canotti a remi, ed è arrivato. 

All’alba li vedi in spiaggia, con pochi vestiti, i soldi e il telefono chiusi in sacchi di plastica dell’immondizia. Sperando nel mare. Che sia dolce. Che sia calmo. Spesso la guardia costiera turca intercetta queste piccole imbarcazioni incongrue - sembrano giocattoli stracarichi - e riportano tutti indietro. C’è chi ha provato sei volte prima di farcela. 

Ma adesso hanno fretta. La guerra non lascia scampo. L’estate sta volgendo al termine. Le condizioni meteo peggiorano, il mare diventa sempre più insidioso. La Macedonia schiera i soldati al confine. L’Ungheria sta finendo i lavori per costruire il muro proprio per impedire ai migranti - a loro, a chi scappa dalle bombe - di passare. Hanno fretta di partire, adesso. Partono anche con il buio, di notte. 

Martedì sera c’era vento, cielo coperto. Il mare non sembrava più quello delle vacanze. La terra greca non si vedeva, neppure le luci. L’agenzia di stampa turca Dogan ha battuto la notizia alle 10 di mattina: «Undici migranti siriani sono morti e altri cinque risultano dispersi in due naufragi, mentre cercavano di raggiungere l’isola di Kos».  

È la terza volta che succede quest’estate. La terza tragedia sulla rotta greca. Piccole barche. Naufragi che non vediamo, soverchiati dalle ecatombe che si susseguono nel Mar Mediterraneo. Ma poi, verso mezzogiorno, sulla spiaggia è comparso il bambino con la maglietta rossa. Aylan. Non aveva il giubbotto di salvataggio. Il mare l’aveva strappato anche dall’abbraccio di sua madre. Ed era tornato indietro, respinto, fra la guerra e l’Europa. 

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